Il salice piangente
Quanta acqua sotto i ponti dovrà passare prima che il salice piangente smetta di pensare a chi lo ha condannato a rivolgere le sue foglie in direzione delle sue radici?

Eppure, le cicatrici fanno male e il vento le riapre, l’acqua del fiume si insinua leggera tra le ferite e dà sollievo. Il Salice ripensa al serpente che con il suo sibilo lo aveva convinto a uscire dal suo recinto. Finalmente la libertà che gli era stata promessa era possibile assaporarla, ma aveva acquisito un gusto amaro e la tristezza mista a vergogna aveva appesantito i suoi rami curvandoli verso il basso. Questi sentimenti erano amplificati dalle nuove catene che il rettile, strisciando, aveva sistemato sulle sue radici. Quanto gli mancava suo Padre che si sedeva accanto a lui ogni pomeriggio mentre gli parlava.
Gli altri alberi intorno al Salice non perdono occasione di deridere l’ennesima lacrima di rugiada scaturita dai ricordi.
“Il perdono deve essere per me stesso, non per gli altri” – dice l’albero dai rami ricurvi tra sé e sé.
Il Salice iniziò così a perdonare prima se stesso e poi gli altri.
Man mano che iniziava a sentirsi a suo agio con se stesso, l’albero, iniziò ad accorgersi di quante cose buone faceva: offriva riparo ai piccoli animali durante la pioggia e anche i pettirossi diventarono assidui frequentatori delle sue fronde, perché ansiosi di scambiare due parole con lui.
Perdonare gli altri e perdonarci è difficile, ma aggiunge luce ai nostri occhi e ci fa abbracciare completamente l’altro.
(Sara Caimi, rivista SE VUOI 6/2022)