Vita a TEMPO o tempo da riempire di VITA?

Nell’epoca di­gitale chi uti­lizza più una clessidra?
Eppure lo scorrere della sabbia attra­verso quel forellino, rendeva bene l’idea del passag­gio del tempo: ci ricordava che ogni minuto che passa nella nostra vita è come quel granello di sabbia che scorre e se ne va al­trove, fuori dalla nostra portata e dal nostro possesso.
La caratteristica di questa epoca, almeno prima dell’esperienza dif­ficilissima del Covid 19, era che non avevamo abbastanza tempo per fare tutte le cose che avremmo voluto fare. Le nostre giornate scorrevano freneticamente, piene di impegni e di attività.  Molte di queste erano obbligate: la scuola, lo studio, il lavoro, gli impegni della fami­glia… altre erano state scelte, ma con l’an­dare del tempo sono divenute impegni pesanti e poco gustosi. Attendavamo il tempo del weekend, il tempo libero in cui potevamo fare quello che ci piaceva… finalmente liberi, con il desiderio di spremere fino in fondo quel tempo bello e tanto atteso.
Tutti sanno che il tempo non è tutto uguale. Dipende dalla vita che c’è; dipende da quanto di noi c’è in quel tempo. Impiegare 30 minuti per attendere allo sportello di un ufficio ci sembra tempo sprecato; rimanere tre ore a parlare con un amico o con colui o colei che amiamo, lo sentiamo un tempo ben speso e pieno di vita.
Se quello del lavoro non è un tempo in cui mi metto in gioco, perché non faccio qualcosa che mi appassiona, quel tempo è sopportato per necessità; se invece ho la fortuna di essere impegnato in un lavoro in cui posso esprimere quello che mi piace, quello per cui mi sono formato; se quel lavoro rappresenta un’impresa su cui ho investito la mia intelligenza, la mia passione e il mio denaro… allora quel tempo non mi pesa ed è pieno di vita.
La nostra vita è fondamentalmente tempo: un tempo che ci è donato e che noi abbiamo la possibilità di riempire di vita, della nostra vita. Si può anche dire che quanto più sono consapevole e grato del tempo che mi è donato, tanto più sarò capace di trasformarlo in qualcosa di prezioso, che arricchisce me e il mondo che mi circonda.
Un tempo davvero pieno di vita è quello che scelgo di donare gratuitamente.
Se ci pensiamo è paradossale: in un’epoca in cui tutti dicono di non avere tempo, c’è qualcuno che decide di donarlo gratuitamente, senza un tornaconto, magari anche in condizioni difficili e faticose. Mi vengono in mente molti volti concreti di giovani e adulti che vivono così il loro tempo, senza lasciarsi travolgere dalle cose da fare.
Mi vengono in mente i giovani del “Team bota” (in dialetto rimininese “tin bota” significa “resisti, non mollare”) che durante i giorni del lockdown si sono organizzati autonomamente per portare la spesa agli anziani che non potevano uscire.
Mi vengono in mente Arianna, Matteo, Paola, Caterina, Federico, Alessandro, giovani volontari dell’Operazione Colomba – universitari e lavoratori – che decidono di interrompere i loro studi o prendono un tempo di aspettativa non retribuita dal lavoro per andare a vivere un periodo di tre mesi nei campi profughi in Libano, nei villaggi assediati della Palestina, nelle comunità agricole della Colombia, per condividere la vita di coloro che sono vittime della violenza e dell’indifferenza.
Mi vengono in mente i tanti giovani che in modo vario e fantasioso spendono una parte del loro tempo per mettersi al servizio dei più piccoli, dei più fragili, di coloro che possono solo dirti grazie.
Mi vengono in mente tutti costoro perché i loro volti sono gioiosi, perché sono persone che riempiono di vita il loro tempo, trovando un nuovo equilibrio tra tutte le cose che devono fare.
Poi mi appaiono di fronte agli occhi i volti di Monica e Christian, di Alessio ed Elena, di Alessandro e Benedetta, di Filippo e Alice, coppie di giovani della mia parrocchia che hanno scelto di sposarsi in questo anno del Covid 19. Hanno scelto di prendere in mano questo tempo, e di riempirlo del dono di loro stessi.
Mi appare il volto di Marco, che qualche giorno fa è stato ordinato prete per la diocesi di Faenza-Modi­gliana.
Mi appare il volto di Chiara che tra qualche giorno si consacrerà al Signore nella comunità delle suore francescane della Sacra Famiglia.
Queste sono persone che hanno deciso non solo di donare una parte del loro tempo, ma di dare alla loro vita un nuovo orientamento, di caratte­rizzarla con scelte forti. Hanno scelto di non vi­vere il loro tempo sempli­cemente come una somma di attività che si suc­cedono le une alle altre, seppur in modo ordinato, ma di vivere tutto il loro tempo secondo una nota dominante che è quella della loro vocazione, del dono della loro vita. Tutto il loro tempo è compreso pienamente in quella scelta e tutto li riporta a quella scelta, a quel dono che hanno fatto di loro stessi.
Li guardo bene in viso e vedo che anche il loro volto è molto gioioso. Non hanno atteso altro tempo, non hanno aspettato che venisse un altro mo­mento più adatto per scegliere come donare loro stessi.
Hanno compreso e affer­rato ciò che poteva riem­pire di vita il loro tempo e non se lo sono fatto sfug­gire!

(Andrea Turchini, rivista SE VUOI 6/2020)