MONTETAURO:
le briciole della tenerezza
Il tesoro della con-passione
Briciole: è la testata della loro piccola rivista, un bollettino che esce due volte l’anno e ha una tiratura di appena 1.500 copie. Ma, per me, quella minuscola parola “briciole” traduce bene la storia e la vita, e interpreta puntualmente l’ideale e lo stile della “Piccola Famiglia dell’Assunta”, che vive a Montetauro di Coriano, in provincia e diocesi di Rimini.

Ma di chi stiamo parlando? Nei primi anni ’70, viveva nella vivace parrocchia di Savignano (RN) un gasatissimo gruppo di giovani sessantottini, che voleva provare una autentica esperienza di fede viva. Il cuore di quel gruppo era formato da tre ragazze assetate di radicalità evangelica, sensibili e disponibili al “morso del più” (don Ciotti). Quando la mamma di un ragazzino disabile chiese loro di poterle ‘tenere’ il figlio, le dettero ampia disponibilità e con lui andarono a testare insieme una vita fatta di preghiera, di lavoro e di servizio ai poveri più poveri. Alle tre ragazze si affiancò un giovane seminarista, il quale rimandò di qualche anno l’ordinazione e andò a vivere a Nazareth, al seguito di don Giuseppe Dossetti. Dopo l’ordinazione presbiterale, don Lanfranco Bellavista – questo il suo nome – propose al gruppetto la regola di vita di Dossetti.
Oggi la Comunità di Montetauro è formata da 40 Sorelle e 18 Fratelli consacrate/i con i voti (povertà, castità, obbedienza), e inoltre da circa 50 disabili e una decina di giovani in formazione. Inoltre cura e anima una missione in Albania, e ha aperto 3 centri “Italia-Cina”: a Rimini, Savignano e Ravenna.
Ma qual è l’anima segreta di Montetauro? È la stessa parola-chiave che serve agli evangelisti per esprimere l’atteggiamento di Gesù di fronte alle folle “stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. È la parola compassione. Si sa: nel linguaggio corrente questa parola ha smarrito la bellezza originaria e la nativa freschezza evangelica, ed è stata esiliata da quel ‘sentire-con’ o ‘soffrire-con’ che ne marcano tutto lo spessore e l’imperdibile stupore.
Con-patire significa “non lasciare che uno soffra da solo” (don O. Benzi). Significa decidere di entrare nella vita di quel fratello o sorella, e assumerne il dolore come fosse il nostro. Non un entusiasmo, non solo una passione, ma appunto: una con-passione.
Ecco Montetauro. Un po’ come il Monte Calvario: dove non si vive uno spiritualismo disincarnato né un rassegnato dolorismo. Dove, nel nome di Cristo, ossia per/con/in Cristo, il dolore viene trasfigurato dall’amore, la morte è bypassata da una tangibile risurrezione, in una condivisione di uno ad uno: un fratello o una sorella associato/a a vita rispettivamente con e per un fratellino o una sorellina diversamente abile. A Montetauro al mistero del male si trova una risposta: non dimostrata a parole, ma mostrata nella concretezza di mille briciole di carezze, di sorrisi, di gesti, di sostegni, di aiuti, per accompagnare il cammino di sorelle e fratelli che hanno bisogno di uscire dalla paura, dalla solitudine, dall’ emarginazione, per andare oltre ferite antiche e recenti.
Ecco il miracolo di Montetauro: dove non solo si lavora gratis, ma soprattutto si lavora grati, perché i fratelli bisognosi ci restituiscono tutto il bene che facciamo loro. Ce lo restituiscono al cento-per-uno, in pace, gioia e perfetta letizia.
Come mostrano le ‘briciole’ che seguono.
Maddalena, “da ragazza a madre”

Aveva appena 15 anni quando entrò a far parte del primissimo gruppo di ragazze che avevano deciso di vivere il Vangelo senza conti e senza sconti. Le venne affidato Ciriaco, un bambino gravemente infermo. “A dire la verità sento che il Signore, tramite Ciriaco, mi ha dato tutto, dalla salute alla gioia. Prima ero frequentemente ammalata e triste, poi con Ciriaco non ho più avuto tempo di ammalarmi: aveva sempre bisogno di me e non mi lasciava stare a letto. Inoltre vicino a lui non si può essere tristi, perché lui non vuole!».
Luana ha trovato la perla preziosa
Ha preso Graziano, un angioletto di appena 4 anni, fino al suo volo al cielo, lo scorso 11 agosto. Quando lo accolse sotto le sue ali – era il 27 luglio 2014, e quel giorno la liturgia proclamava il Vangelo della perla preziosa – rivolgendosi idealmente al bambino, scrisse sul suo diario: “Tu tienimi e io mi trasformerò in meraviglia, tra le tue mani, al caldo, quel caldo che di notte fa crescere il grano. C’è silenzio tra me e te, c’è Perla. Ti tengo”.
Maria Chiara, da bambina accolta a mamma accogliente
“Molti anni fa, quando ero ancora bambina, fui portata a fare visita alla comunità di Montetauro da mia madre. Quello che brillò subito ai miei occhi fu la bellezza della vita comune: vedere fratelli e sorelle che con i malati loro affidati come figli condividevano tutto e vivevano insieme in un’unica grande famiglia. La sera stessa dissi che sarei rimasta con loro per sempre. Il Signore ha ascoltato la mia promessa: da lì a poco io e la mamma fummo accolte in comunità. Poi, diventata grande, mi sono stati affidati due fratellini. Con loro mi sento continuamente amata, guarita, salvata”.
Silvia M., medico-missionaria e chirurgo vascolare presso l’ospedale di Rimini, ha raccontato la sua visita alla missione della Comunità in Albania: «Sono andata per prestare la mia opera come medico-volontaria. Ma la prima sera mi fu detto: “La signora che ci aiuta in casa è malata, potresti darci una mano a stirare e a fare il pranzo?”. E così sono venute fuori le altre parti di me: la moglie e la madre. È stato bello vivere in fraternità con questa piccola comunità di missionari».
Luisa F., visitatrice appassionata della Comunità
“Ogni volta che torno a Montetauro ed entro in una delle loro case provo un brivido di stupore. Perché le carezze, i sorrisi, gli abbracci mi fanno avvertire la certezza di un mondo buono, bello, umano, pur tra tante difficoltà. Perché là anche le situazioni più disperate risultano gioiose, ricche di attenzione, di amore, di gratuita dedizione. Perché là sfioro la dolce-forte presenza di Dio-Padre. Per me Montetauro è una casa in cui la bellezza, la gratuità, la fiducia superano di gran lunga la fatica quotidiana della malattia, della sofferenza, di una grave disabilità”.
…Provare per credere.
(Francesco Lambiasi, rivista SE VUOI 6/2025)