Quarantena: vivere solo la dimensione del tempo

di don Andrea Turchini (diocesi di Rimini)

Scrivo questo testo come promemoria per me
e anche verificare e per condividere quello ho vissuto in questo lungo tempo.

Il mio isolamento è iniziato il 3 marzo, martedì della prima settimana di quaresima, e per adesso sembra estendersi dentro la settimana santa.
Sono in attesa di fare il tampone che certifica la mia guarigione.
Un mese chiuso nella mia stanza, senza poter uscire, è un’esperienza che non avrei mai pensato di fare; eppure l’ho vissuta e sono abbastanza sereno. Qualcuno, conoscendomi, mi chiede come abbia fatto, io che sono sempre super attivo…
Semplicemente, un giorno alla volta, così come ci insegna il Vangelo e come dovremmo vivere sempre.
Di solito noi comprendiamo la nostra vita secondo due coordinate fondamentali: lo spazio ed il tempo.
La nostra vita, normalmente, si svolge in luoghi e tempi diversi che, insieme,  caratterizzano i vari momenti (lavoro, casa, parrocchia, …).
Quando, come è successo a me e a moltissimi altri (oggi che scrivo si dice che nella provincia di Rimini siamo in duemila in isolamento/quarantena), lo spazio è limitato, è sempre il medesimo per un lungo periodo, tutto si gioca sulla dimensione del tempo.
In effetti il tempo è la dimensione più importante della vita che ho vissuto in questo mese.

Tempo della malattia, tempo della ripresa, tempo dell’attesa

Questo “lungo” tempo non è stato tutto uguale. I periodi che ho vissuto sono stati diversi e ben caratterizzati.
Prima c’è stato il tempo della malattia, con la febbre, la tosse, un po’ di fatica a respirare, la fatica a dormire la notte, … è un tempo che passa veloce, tra terapie, misurazioni della temperatura, sonnellini quando il tuo organismo lo richiede, pasti consumati con fatica per l’inappetenza … La malattia, anche se non si manifesta in modo tragico, come è accaduto a me, assorbe quasi completamente, non lascia tanto tempo per altro. A me rimaneva un po’ tempo da spendere nella preghiera, nella scrittura dei commenti al Vangelo (che sono riuscito a mantenere), nella visione di qualche film… poco altro.
Poi c’è stato il tempo della ripresa, che per me è iniziato sabato 14 marzo, paradossalmente il giorno in cui mi hanno comunicato che ero positivo al Covid-19 e in cui è iniziata la mia quarantena ufficiale (e anche quella dei preti che vivono con me). Di fatto, in quel periodo, non ho più avuto la febbre e questo mi ha consentito di vivere il tempo in un modo diverso. C’erano ancora le terapie, le misurazioni della temperatura, ma, nonostante le energie non fossero tante, potevo dedicare un po’ di tempo alla lettura, allo studio, alla celebrazione dell’eucaristia e della liturgia delle ore, agli incontri in video conferenza. Il tempo si è un po’ dilatato ed ha fatto entrare altro, soprattutto grazie alla tecnologia.
Infine c’è il tempo dell’attesa che sto vivendo ora. Mi sento bene; dentro la mia testa sono guarito, ma non posso ancora considerarmi libero. Ho scelto di essere obbediente, in modo rigoroso, alle richieste che mi vengono rivolte dall’autorità sanitaria, senza sconti, perché sento forte la responsabilità di preservare dal contagio coloro che vivono con me o con cui potrei entrare in contatto. Ovviamente desidero uscire dalla mia stanza, riconquistare almeno lo spazio della casa, avere la possibilità di una visita in chiesa … ma devo attendere. Nella nostra cultura l’attesa è considerata un tempo sprecato; invece ho imparato, proprio attraverso la vita cristiana, che l’attesa è un tempo per allargare lo spazio del desiderio e preparasi a vivere meglio ciò che ci verrà donato. L’attesa è un tempo fecondo che richiede pazienza, ma anche lavoro su di sé, per purificare il desiderio e renderlo più capace di accogliere ciò che si prepara per noi.

Come uscirò da questa quarantena?

Prima di tutto devo ringraziare il Signore per due motivi importanti: sono stato graziato, perché non ho sofferto troppo le conseguenze di questo contagio (non era affatto scontato vista l’esperienza di tanti altri) e perché – per quello che so – non ho contagiato nessuno (per me è stato un bel sollievo). Questi sono due motivi di ringraziamento quotidiano, in questo tempo e in quello che verrà.

…Mi è sempre capitato di riconoscere che le grandi grazie ricevute, in alcuni periodi della mia vita, mi hanno portato a dei cambi di passo, a delle chiamate inattese su cui il Signore mi ha chiesto di spendermi.
Questo tempo di attesa è dunque un tempo di ringraziamento, di gratitudine e di nuova gratuità; è un tempo di libertà e di disponibilità a pronunciare nuovi “sì”, per ciò che la volontà di Dio vorrà manifestare a suo tempo.
Il tempo dell’attesa non si concluderà con l’esito negativo del mio tampone. Rimango in attesa e pronto per ciò che il Signore vorrà chiedermi.
Non ho timore perché lui ha cura di me.