Sogno la pace
Intervista a p. Jihad Youssef, monaco a Mar Musa
– Dicci qualcosa di te
Sono Jihad Youssef, ho 43 anni, sono monaco a Mar Musa, in Siria. Provengo dalla campagna siriana, ad ovest del paese, da una famiglia di contadini poveri e analfabeti. Appartengo alla Chiesa maronita di rito orientale cattolico. Sono rimasto nel mio villaggio fino ai 18 anni, studiando lì. Poi sono partito per studiare Scienze motorie all’università. A 23 anni sono entrato in monastero. Sono sacerdote dal 2008 e ho studiato Sacra Scrittura. Sono anche un musicista amatoriale! Mi piace suonare e cantare. In particolare il flauto arabo e un po’ il tamburo.
– Come hai conosciuto il monastero di Mar Musa?
A 19 anni sono capitato lì con un gruppo di preghiera, l’Équipe Notre-Dame Jeu- nes. Abbiamo passato una notte a Mar Musa, era il 1996. In quell’occasione, durante la preghiera, il Signore mi ha parlato, dicendo con chiarezza: “Tu sei mio”. Ho sentito queste parole dopo la messa della sera. C’era silenzio, la chiesa era buia, stavamo seduti per terra con qualche candela, perché non c’era ancora l’elettricità; proprio in quella chiesa dell’ XI sec., costruita nella maniera orientale, sapevo che Gesù in persona stava lì, dentro il buio e nel buio. Non lo vedevo, ma lo sentivo dentro di me. Mi ha “disarmato”, come uno che ha le spalle quasi al muro e lui te le spinge proprio contro, ma molto dolcemente. E poi quelle parole: “Tu sei mio”; “Qui, ti voglio qui”. L’esperienza era stata travolgente, ricolmante, bella, vera. Dopodiché non volevo più niente, se non capire come concre-tizzare quelle parole di Gesù. Ero contento, ma anche spaventato perché mi chiedevo: “Come posso fare? Devo forse restare qui e non tornare più a casa? Come faccio con l’università e miei amici?…”. In questa occasione consultai p. Paolo Dall’Oglio (ndr. Rapito 7 anni fa, mentre si recava al quartier generale dello stato islamico a Raqqa), abate e fondatore del monastero, che mi disse di finire intanto gli studi, e che poi sarei entrato.
– Cosa ti ha attratto di questo monastero?
La semplicità del posto, della vita povera, semplice, aperta, rispettosa dell’ambiente e degli altri. Nel tempo, ho capito che questo è un modo nuovo di stare insieme. Il monastero è composto da uomini e donne che vivono i diritti e doveri della vita comune. Attualmente la mia badessa è una suora. E lo è dei monaci e delle monache, dei preti e dei fratelli e sorelle laici.
Mar Musa è una comunità consacrata per amore di Gesù Cristo a tutti gli uomini e le donne del mondo, in particolare al dialogo con l’Islam.
– Spiegaci meglio
Questa vocazione così particolare e speciale – e anche difficile e impegnativa – ha lo scopo di costruire ponti, armonia, amicizia, dialogo con il mondo musulmano. Vuole essere una mano tesa della Chiesa verso l’Islam. Amarlo, rispettarlo, studiarlo. Amando anche la sua fede, il suo Libro, il suo Profeta e comprendendo la loro preghiera a Dio. Per me è andare verso di loro disarmato, senza pregiudizi, per scoprire l’opera di Dio in loro.
Nel dialogo non vogliamo convincere l’altro ad aderire alla nostra fede, desideriamo solo testimoniare Cristo in mezzo a noi e a loro. Cerchiamo di vedere il bene che hanno per considerarlo anche come “nostro”, perché il Bene, se c’è, è uno solo!
– Quale “Bene” ti sta più a cuore in questo tempo?
La Siria è un paese martoriato dalla guerra. Ho visto tanta distruzione. Ho conosciuto e ho toccato con mano – anche tramite altri -, tanta morte e tanti morti. Dispersi, sfollati, rifugiati, terra bruciata, saccheggio, tradimento, violenza… Tanta violenza.
Vedo l’assurdità di chi legittima il male, la corruzione, i modi distorti e immorali di comportamento, l’arricchimento veloce, lo spacciare la menzogna per verità, il seminare bugie, il distorcere informazioni.
Quindi, mi sta a cuore, più di tutto, in questo tempo, che ci sia una conversione universale dei cuori alla Pace. Che non è semplicemente l’assenza dei combattimenti. Adesso, ad esempio, nella nostra zona, non si combatte più dal 2014/2015, tuttavia non siamo in pace.
C’è tanta gente che non sa come vivere o come procurarsi il pane. Non c’è prospettiva di futuro.
Mi sta a cuore che la gente trovi se stessa e che diventi sempre più umana, che viva il perdono, che ci si consideri fratello e sorella, smettendo di contare solo sulle sicurezze economiche… Sogno che i cattivi si sveglino con la domanda: “Ma che stiamo combinando?”.
– Quale messaggio vorresti dare ai giovani?
Vi do solo quello che ho: un grande desiderio di bellezza. Ho sperimentato che il mondo è bello, che l’amicizia, le relazioni, la vita, lo studio, lo sport, la musica sono bellezza. Che la possibilità di essere in relazione con un altro o un’altra, diverso e diversa da me, è una cosa bellissima! Auguro ai giovani di amare la bellezza, di conservare uno spirito critico in ogni situazione, di non dare niente per scontato.
Di cercare, tramite lo studio e la conoscenza, di essere ben formati e informati, per prendere decisioni responsabili, a beneficio di tutti.
Il mio augurio per ciascuno è che possiate scoprire che Dio è generoso, che è bellissimo ed è tenerezza.
Vale la pena dare la vita a Dio, sia nella consacrazione religiosa o nel sacerdozio che nella vita di famiglia, nel matrimonio, nel lavoro, nella ricerca, nella dedizione al bene in qualsiasi forma.
Ecco, carissimi giovani, non mollate! La vita è vostra ed è davanti a voi.
Non avete niente da perdere, ma tutto da guadagnare. Voi siete il domani del mondo. Forza e coraggio! Vi voglio bene.

(da SE VUOI 5/2020)