7 Ottobre 2022
- Bereshit, Spazio Bibbia

Commento alla prima Lettura della XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C,
a cura di M.Francesca e Letizia ap

Dal secondo libro dei Re (5,14-17)

In quei giorni, Naamàn [il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra].
Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.
Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

“Ma quest’uomo era prode lebbroso” (2Re 5,1 seguendo il testo ebraico così com’è scritto). Il personaggio di Naaman il siro all’inizio del racconto viene presentato a noi lettori con un gioco di opposti che interessa anche la nostra esperienza quotidiana, un mix di “miseria e nobiltà”.
Se lo leggiamo tutto (2Re 5,1-19), il racconto ci descrive per filo e per segno quello che avviene dentro Naaman, il percorso dei suoi pensieri e come essi cambino durante la storia.
Naaman, come accade alla maggioranza di noi, non accetta la sua condizione di debolezza e cela questa verità dietro a un’impalcatura scenografica di attese, scenate, reazioni indignate per il modo in cui viene trattato da coloro ai quali va a chiedere aiuto. Però ci sorprende, perché alla fine è un uomo disposto a cambiare opinione sugli altri e su se stesso. Diventa un uomo libero perché liberato dalla malattia, sì, ma soprattutto dall’ingombrante presenza di sé a se stesso.

“Ecco, ora so!”, esclama davanti al profeta che non lo aveva voluto incontrare di persona fino a quel momento. Naaman, uomo determinato, torna indietro e sta in piedi, da risorto!, davanti a Eliseo. Non perde il suo carattere, l’indole di fuoco che si ritrova; soltanto, la concentra in un’opera saggia e intelligente, quella della gratitudine (Cf Lc 17,11-19).
Inizia come sa fare, offrendo in dono parte delle sue ricchezze e dei suoi beni: un bel segno tangibile di riconoscenza generosa, che non è da tutti. Però, poi, se ne va lui stesso come uno che ha ricevuto molto e molto di più. Naaman, uno straniero appartenente a un popolo nemico di Israele, riconosce che il Dio che l’ha guarito ha un legame particolare con il popolo di quella terra. Per questo porta via anche lui della terra per erigere, lì dove vive, il luogo del suo nuovo culto.

Proclamare, benedire, lodare e glorificare diventano il vissuto della persona che sa rendere grazie. La gratitudine è confessione di fede e cambiamento di vita: sono questi i più bei frutti da portare e che testimoniano le storie di Naaman e del samaritano guarito dalla lebbra che, unico tra i dieci, torna a ringraziare Gesù.
Gesù ha talmente preso sul serio la potenza del ringraziamento (in ebraico todah, in greco eucaristia) da accettare di morire ‘ringraziando in anticipo’ il Padre, nella certezza che lo avrebbe resuscitato da morte. Oggi, celebrando l’Eucarestia, faccio come ha fatto Gesù: torno a ringraziare il Padre donando la mia vita nel quotidiano, nella certezza che potrò anch’io stare in piedi alla sua presenza.


Qôl/call

Sono una persona grata, so ringraziare? Come esprimo la gratitudine e cosa produce in me in termini di scelte concrete e di opere di bene? Che rapporto ho con l’Eucarestia?

sr. Letizia 
molesti.l@apostoline.it